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me, mio sarebbe stato il regno dei Cieli.
Ulli raggiunse Sabine sulla soglia. Sabine indossava un miniabito rosso. Ulli
no. Ulli non aveva addosso che un paio di boxer e un reggiseno di cotone su cui erano
raffigurati orsacchiotti assisi su trattori. Concentrai la mia attenzione su un orsac-
chiotto tralasciando il trattore. Ulli, con voce impastata si giustificò:
Scusa l abbigliamento. È una penitenza. Da sbronza e seminuda era
quasi meglio che vestita da Babbo Natale.
Non devi darmi spiegazioni. Ho capito tutto. Avete fatto il gioco della
bottiglia, ti sei scolata la bottiglia e poi l hai fatta ruotare così forte che il vento ti ha
strappato i vestiti. Ulli mi guardò con occhi ebeti e bellissimi. Ai suoi piedi un
gatto. La mia attenzione dagli orsacchiotti si trasferì sul gatto.
Ulli mi aveva raccontato che, benché dalle sue parti strozzare i gatti fosse una
consuetudine, lei deplorava l atteggiamento al punto di ospitare gatti di nascosto,
come i tedeschi antinazisti avevano fatto con gli ebrei.
Il gatto di Ulli era enorme e tremendo. Generazioni di gatti da combattimento
si erano alternate per costruire il patrimonio genetico di un gatto grosso come un cane
di taglia media.
Solo allora notai i graffi sulle gambe di Ulli. Il gatto mannaro.
Il gatto mi strisciò tra le gambe, provocandomi un brivido. Mi piegai per
accarezzarlo, giusto per non farmi un altro nemico, e le bottiglie di Ferrari si infran-
sero al suolo. Il gatto, incattivito dall esplosione, inarcandosi, mi soffiò addosso.
L avrei strozzato, se ne avessi avuto il coraggio. Invece rinculai. Ulli, per trattenermi,
trasferì il proprio precario equilibrio su un coccio. La festa per i piedi di Ulli era
definitivamente rovinata.
A quel punto rimanere sulla porta non avrebbe potuto che peggiorare la
situazione. Entrai, quindi, deciso a ubriacarmi nel più breve tempo possibile. Schivai
cocci, Ulli e gatto e mi avventurai nel vasto bilocale dove campeggiavano un divano
letto e un paio di lunghi tavoli adibiti a portavivande.
I presenti erano quasi tutti già ubriachi. Una fauna eterogenea di fuseaux e
pantaloni di velluto, di minigonne e fumo di Londra e di spinello. La trasgressione
convenzionale di neo-post-adolescenti.
Mi sentii vecchio. Vecchissimo. Troppo vecchio per me più che per Ulli. Una
chiazza di vomito su una moquette bianca.
Simpatizzai con un tale che stava cercando di farsi crescere i baffi con scarsi
risultati, proprio io che, dopo averli tagliati, non potevo che somigliare,
paradossalmente, al suo coetaneo maggiore.
Ulli rientrò con piedi fasciati e in tuta da ginnastica, livida come se fosse stata
lei a vomitare sulla moquette bianca della mia non appartenenza a quel luogo. Pogo
mi mancava più che mai.
Mi ero appena spazzato una teoria di bicchieri di carta ebbri di sangria, che,
con la scusa di sorreggere Ulli, le infilai la lingua in bocca. Ulli aveva umori acidi,
ma la sangria le si trasfuse in bocca, rendendo un bacio d occasione, se non altro,
aromatico. Peccato che il giorno dopo ci saremmo dimenticati il gusto del bacio,
limitandoci all imbarazzata certezza di avere avuto qualcosa in comune, un orgia di
inconsapevoli papille gustative, troppo sbronze per farne un bel ricordo.
Dopo il bacio, confidai a Ulli cose che non avrei, normalmente, raccontato a
me stesso. Poi le chiesi di telefonare e, con una certa difficoltà, composi il numero di
Caroli.
Pronto, sono Lazzaro.
Ah, Lazzaro, ti devo parlare.
Vediamoci.
Non posso. Tutto quello che ho nel portafoglio è un biglietto del tram.
Beh, usalo.
Non posso. È scaduto. Mia madre non mi scuce una lira. Ha paura che esca,
dopo la sparatoria. Ehi Lazzaro, ti sento un po sifonato. Forse è meglio che ci
sentiamo domani mattina. Se vuoi, anzi, è meglio che ci vediamo.
E come fai coi biglietti?
Domani, forse, avrò abbastanza soldi da venire in taxi.
Tu mi nascondi qualcosa.
Certo, sennò che gusto c è? Caroli rise della sua risata rovinata, quella
dell uomo che ha toccato il fondo e che, assistendo alla propria caduta, è convinto di
stare a guardare Oggi le comiche, con un gruppo di inossidabili attori del cinema
muto come controfigure. Fanciullesco, tragico Caroli. Persino le telefonate fallivano
allegramente con lui e come lui.
L attesa era insostenibile. Mollo il colpo, dissi a me stesso ad alta voce.
Tracannai un fondò di sangria e dopo aver salutato, barcollando, un ragazzo con dei
quasi baffi, arrancai verso l uscita.
Il gatto è morto. Chi ha strozzato il gatto? gridò qualcuno con la voce
impastata.
Il gatto mannaro aveva effettivamente il collo in un angolazione innaturale.
Non riuscii a trattenere un attacco di tosse nervosa. Guadagnai l uscita dove mi
attendeva, ubriaca, Ulli.
Mi dispiace per il gatto. Ulli scoppiò a piangere.
Per asciugarle delle lacrime che le erano finite sulle labbra la baciai di nuovo.
Collaborò, riattivata dal corpo sempre meno estraneo della mia lingua.
Ti chiamo domani Ulli. Ulli non indossava più la tuta da ginnastica,
sfoggiava un miniabito rosso.
Non sono Ulli, io calcò sull io sono Sabine.
8
C è un gioco sottile nel risveglio. Una fase in cui la morte ti corteggia, lusin-
gandoti, per protrarre il sonno e convincerti a non svegliarti mai più. La morte ha la
prima mano. Ti presenta caleidoscopicamente ciò che ti attende non appena avrai
aperto gli occhi. Di che sudare freddo in un letto caldo. Poi, ti fa una controproposta:
ti invita a tenere gli occhi chiusi, come se tu fossi il testimone di un imminente delitto
mafioso. Quindi, gioca la carta del torpore: un asso pigliatutto che si porta via i tuoi
progetti per il passato, ramazza l angoscia di un presente onnipresente come Dio, ti
assicura che nel futuro, per tua fortuna, non ci sarai.
Che si arrangino gli altri, quelli svegli. Vegetare e vegetale hanno la stessa
radice.
Che prospettiva, una vita da finocchio in un mondo di macho che ti irridono.
Che prospettiva, una vita da macho in un mondo di finocchi che ti vogliono alla
catena di montaggio . Che prospettiva, una vita da finocchio tra i finocchi, in attesa
di un bacio, di un macho, di un impossibile matrimonio riparatore. Che prospettiva,
una vita da macho tra i macho in attesa di un finocchio, che con una carezza obliqua,
instilli il dubbio sulle tue muscolose, muscolari certezze.
Un finocchio io... replica il macho ... meglio la morte. E infatti
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